La trasformazione digitale nel 2026 sarà profondamente ridisegnata dalla pervasività dell’intelligenza artificiale e dal mutato panorama geopolitico, che impone di alzare l’attenzione sulla sovranità tecnologica. Su questo fronte, un numero crescente di CIO italiani (ed europei) sarà portato a valutare prodotti cloud e tecnologie “locali”, se non addirittura un parziale ritorno ai server on-premises. Quanto all’AI, i CIO saranno chiamati selezionare soluzioni e progetti che creano valore in modo sostenibile e a governare i cambiamenti che impattano l’intera organizzazione.
“In base all’ultima edizione della nostra Digital Business Transformation Survey, quasi la metà delle aziende italiane intervistate dichiara di essere ormai digitale e di non parlare più di trasformazione digitale: adesso si guarda oltre, e indubbiamente è l’AI uno dei principali fattori che portano a cambiare prospettiva”, indica Camilla Bellini, Research & Content Manager, TIG-The Innovation Group.
L’AI, in pratica, sta dando un nuovo volto alla trasformazione digitale, rendendola una AI transformation, almeno nelle aziende più grandi ed evolute, che già hanno saputo fare del digitale un cambiamento non solo IT, ma di modelli di business e di organizzazione dei team.
“Intelligenza artificiale e compliance all’AI Act caratterizzeranno la trasformazione digitale nel 2026”, conferma Flavia Marzano, Membro Advisory Board degli Osservatori Agenda Digitale e Smart City del Politecnico Milano, Presidente Caffè Scienza Livorno. “A ciò si aggiungono altri trend tecnologici e strategici. Per esempio, l’open source, che sta ricevendo maggiore attenzione da parte di governi e leader IT in diversi Paesi europei, in quanto garantisce una maggiore sovranità”.
Un 2026 all’insegna della sovranità digitale: dal Cloud 3.0 alla Geopatriation
La sovranità sta diventando sempre più importante per i CIO italiani, che hanno perso fiducia nei fornitori esteri, specialmente degli Stati Uniti. Non solo le PA (dove l’uso dell’open source è richiesto da anni dal Codice dell’Amministrazione Digitale), ma anche le imprese cercano di scegliere un numero maggiore di soluzioni open o locali.
“Poiché non esiste una piena autonomia tecnologica, le organizzazioni si concentreranno sulla mitigazione dei rischi e sul controllo selettivo dei livelli chiave. Garantire la continuità operativa diventerà l’imperativo primario attraverso fornitori diversificati e alternative sovrane. Stanno inoltre emergendo modelli di AI multi-cloud sovrani e modelli regionali, piattaforme aperte e nuovi ecosistemi di chip per offrire scelta e flessibilità strategica”, scrive Capgemini nel suo report “TechnoVision Top 5 Tech Trends to Watch in 2026 [in inglese]”.
I ricercatori parlano anche di Cloud 3.0, nuova fase evolutiva in cui le architetture ibride, private, multi-cloud e sovrane non sono più una nicchia, ma diventano fondamentali per il funzionamento dell’AI. Le organizzazioni adatteranno l’utilizzo del cloud alle esigenze di ridondanza delle risorse, criticità e latenza. Le recenti interruzioni su larga scala e le pressioni geopolitiche accelerano queste strategie di diversificazione e resilienza.
Gartner [in inglese], a sua volta, parla di “Geopatriation” come uno dei grandi trend del 2026 – ovvero la scelta, dettata dall’esigenza di reagire ai rischi geopolitici, di togliere dati e applicazioni aziendali dai cloud pubblici globali e spostarli in cloud locali o sovrani, ovvero presso fornitori regionali se non addirittura sui server in house.
“La sovranità del cloud, un tempo limitata a banche e governi, ora interessa un’ampia gamma di organizzazioni con l’aumento dell’instabilità globale”, scrivono i ricercatori. “Spostare i carichi di lavoro verso provider con una maggiore sovranità può aiutare i CIO ad acquisire maggiore controllo sulla residenza dei dati, sulla conformità e sulla governance. Questo maggiore controllo può migliorare l’allineamento con le normative locali e creare fiducia nei clienti preoccupati per la privacy dei dati o gli interessi nazionali”.
Gartner prevede che, entro il 2030, oltre il 75% delle aziende europee e mediorientali geolocalizzerà i propri carichi di lavoro virtuali in soluzioni progettate per ridurre il rischio geopolitico, rispetto a meno del 5% nel 2025. In Europa occidentale, il 61% dei CIO [in inglese] aumenterà il ricorso a cloud locali. In altri casi, verranno valutate soluzioni open source: il 55% dei leader IT afferma che le tecnologie basate su codice aperto saranno un elemento importante nelle loro future strategie cloud.
L’AI ridisegna la trasformazione digitale
L’altra faccia della trasformazione digitale del 2026 sarà l’AI, le cui applicazioni ai processi hanno il solo limite dell’immaginazione, come afferma Sara Volino Coppola, Chief Information & Digital Officer di Alia Multiutility.
“C’è ancora tanto da fare per la trasformazione digitale delle imprese. Molto dipende anche da quanto si può investire, ma certamente c’è il potenziale di rivoluzionare il nostro modo di lavorare, se ragioniamo non in ottica di digitalizzazione di processo, ma di ridisegno complessivo dei processi supportato dall’AI”, afferma Volino. “Oggi l’AI viene vista come un’evoluzione dell’automazione o dell’RPA, ma se ripensiamo i processi con il supporto dell’AI potremo realizzare una vera trasformazione digitale, più profonda”.
Alia, per esempio, già effettua la raccolta dei rifiuti basata sull’AI, che permette la pianificazione delle uscite dei mezzi in base al livello di riempimento dei cassonetti grazie alla previsione algoritmica. Questo, spiega Volino, ha ridisegnato il modo di lavorare degli operatori.
Ma anche nella relazione con il cliente c’è la possibilità di innovare tramite l’AI: “Oggi si risponde al cliente dietro sua sollecitazione, per esempio se una fattura non è corretta o non pagata o se c’è bisogno del ritiro di un ingombrante, ma domani potrebbe essere l’azienda a cercare l’utente per spiegargli perché ha speso di più, perché ha dimenticato un pagamento, e così via”, afferma Volino. “Con l’AI il limite è la fantasia: in teoria si possono ricostruire tutti i processi con una nuova ottica, propositiva e proattiva. E lo stesso vale per i processi interni, come il controllo di gestione e le attività amministrative”.
Al macro-tema dell’AI si legherà un altro aspetto, secondo Marzano: l’inclusione e diversità di genere. “L’AI addestrata su dati fortemente orientati al mondo maschile rischia di generare molte carenze cognitive”, dichiara Marzano. “Sull’AI occorre la massima diversity per ridurre al minimo bias e allucinazioni”.
L’intelligenza artificiale porta con sé diverse altre questioni di cui i CIO si preoccuperanno in misura crescente, come la sostenibilità energetica dei modelli e gli impatti sul mondo del lavoro.
“Tutte le nuove tecnologie trasformano l’occupazione, facendo sparire alcune mansioni, generando domanda di nuove professionalità e modificando il modo di lavorare”, osserva Marzano. “Dobbiamo adattarci alle nuove tecnologie e ritrasformare continuamente le competenze”.
Formazione in primo piano, nuova sfida per il CIO
Non a caso, per molti CIO la trasformazione digitale nel prossimo anno coinciderà sempre più anche con le attività di formazione sull’uso delle nuove tecnologie. Anzi, si baserà sulla formazione continua, secondo le parole di Alessandro Franchi, CIO di Maddalena, una delle più importanti realtà internazionali nel settore degli strumenti di misura dell’acqua e dell’energia termica.
“L’aspetto formazione è imprescindibile in tutte le situazioni, dalla cybersicurezza all’introduzione di nuovi strumenti come l’AI”, dichiara Franchi. “La formazione costruisce la cultura della trasformazione digitale come percorso continuo, con aggiunte costanti. L’azienda si basa sui processi e, mentre i progetti si aprono e si chiudono, i processi continuano e si adeguano continuamente”, spiega Franchi. “Dal punto di vista tecnologico non ci sono vere difficoltà, la sfida è culturale”.
È una sfida particolarmente sentita dai direttori IT degli enti pubblici e delle imprese piccole: “La carenza di competenze digitali avanzate è particolarmente grave nella PA locale, come emerso anche dalla recente Indagine sulla transizione digitale nella PA locale curata dal Gruppo Maggioli e The Innovation Group”, evidenzia Daniele Crespi, Responsabile sviluppo servizi innovativi ed eGovernment presso Gruppo Maggioli. “In genere, imprese e PA con un’età media alta e difficoltà ad assumere giovani sono svantaggiate e questo rappresenta un ostacolo alla trasformazione. Bisogna fare molta formazione interna o accedere a consulenza esterna”.
Il change management resta centrale
Di conseguenza, anche se la trasformazione digitale nel 2026 evolverà in chiave AI entrando in una nuova fase, rimarrà il focus sulle persone e il change management. Ne è convinto Lucio D’Accolti, CIO di AMA, il più grande operatore in Italia nella gestione integrata dei servizi ambientali: l’azienda, infatti, sta agendo con decisione sul cambiamento della mentalità.
“La sfida che AMA sta affrontando oggi è la digitalizzazione unita al change management”, sottolinea D’Accolti. “Lo facciamo per migliorare la nostra efficienza e il servizio erogato, anche in ottica di competitività: nel 2029 scade la concessione AMA per il Comune di Roma e dobbiamo prepararci a una possibile gara. Questo vuol dire – prosegue il CIO – che dobbiamo avere la capacità di affrontare questa gara offrendo processi digitalizzati e persone pronte per il digitale, perché questo si traduce in un migliore servizio per i cittadini, una maggiore operatività per i nostri addetti, consapevolezza di quello che accade nella città, velocità nel risolvere le problematiche sapendo esattamente dove dobbiamo intervenire, e così via. Tale tempestività e puntualità nell’azione sul territorio si ottengono solo con gli strumenti digitali, AI inclusa”.
Il change management è la chiave per riuscire in questa trasformazione digitale e si traduce, per AMA, nel coinvolgimento di tutte le risorse umane nel progetto di innovazione e cambiamento. Tutte le persone che lavorano per la municipalizzata della Capitale devono comprendere come si struttura la nuova azienda digitale al fine di essere produttive e servire al meglio l’utenza.
“AMA è un’azienda con 90 sedi e addetti dislocati sul territorio e vogliamo portare ciascuno a conoscere e condividere gli obiettivi e a sapere come raggiungerli”, afferma D’Accolti. “Il change management è il cammino che abbiamo intrapreso e che pensiamo di portare a frutto in un paio d’anni, unendo l’anima amministrativa-decisionale con quella operativa. Tutti devono sentirsi parte dell’azienda per essere pronti alla sfida del 2029”.
“La trasformazione esige un approccio non solo top down, ma bottom up: affinché si possa concretizzare la vision, ci deve essere la capacità delle persone di accettare e fare proprio il cambiamento”, commenta Bellini. “Dal nostro osservatorio, la mancanza di cultura digitale risulta spesso la prima barriera ai progetti di trasformazione digitale. Ovviamente, occorrono anche una leadership illuminata e la rottura dei silos informativi, tutti compiti che fanno capo al CIO”.
Il CIO sarà sempre più strategico
Il CIO si conferma, dunque, come leader strategico: non è solo il responsabile dell’infrastruttura IT o il fornitore di servizi ICT, anzi, lo è sempre meno. La stessa Digital Business Transformation Survey di TIG ha portato alla luce come le aziende si aspettino dai CIO italiani una crescente focalizzazione su strategia e innovazione. Spiega Bellini: “Il CIO deve allineare le iniziative IT alle strategie aziendali portando la prospettiva tecnologica ai vertici e stabilendo un dialogo continuo con il top management”.
Come afferma Andrea Benetello, CIO di Cherry Bank, “C’è un grande cambiamento che sta caratterizzando l’IT degli ultimi anni: il CIO deve mettere insieme tanti aspetti diversi, fare formazione, essere più attento alla sicurezza, al rischio e alla compliance. Si tratta di una sfida, ma è questo che rende bello il nostro lavoro. Il ruolo del CIO oggi è quello di avere uno sguardo complessivo sull’azienda e di favorire l’integrazione tra competenze diverse, fungendo da collante tra tecnologia, processi, sicurezza, conformità, risorse umane e business”.
La trasformazione digitale continua a cambiare i processi ma anche il ruolo del CIO, e mette tutti alla prova in azienda. Ma è una sfida che i leader dell’IT vivono come entusiasmante, perché porta al miglioramento e all’innovazione continua. Soprattutto, è l’occasione per essere sempre più protagonisti e artefici del successo aziendale.
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